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Il gigante del bello. Michelangelo e la Sagrestia Nuova alla luce del nuovo restauro

Intervista a Monica Bietti da parte di Alessandro Belisario, Presidente della Associazione degli Amici dei Musei di Palazzo Davanzati e di Casa Martelli

AB Il rapporto molto stretto che lega il complesso laurenziano a Casa Martelli, di cui Monica Bietti è stata per molti anni direttrice, mi ha spinto a chiederle una testimonianza  di prima mano sul restauro della Sagrestia Nuova, in cui è stata attiva protagonista. Si tratta di un evento che ha avuto risonanza mondiale.Inoltre ma senza anticipare nulla, la lettura di questo testo sarà di particolare interesse per i nostri soci ai quali, dopo l’estate, speriamo di poter offrire una importante e unica opportunità

MB La Sagrestia Nuova è uno dei capolavori assoluti dell’arte italiana del Rinascimento. È il luogo ove sono concentrate il maggior numero di opere di Michelangelo. È il risultato di una straordinaria fusione fra spazio architettonico, elementi funzionali, elementi decorativi, proporzione delle forme nell’uso calibrato di pieni e di vuoti, di parti in marmo e in pietra serena, di luce, ombre, colore e materia che ha attraversato cinque secoli durante i quali sono accadute molte cose che hanno lasciato il loro segno.

AB Sarebbe interessante dare ai nostri lettori qualche informazione in più sia dal punto di vista storico che sull’idea che Michelangelo aveva in mente quando ha iniziato il progetto.

MB Va detto innanzi tutto che la Sagrestia Nuova attuale non è esattamente quella che Michelangelo avrebbe realizzato se non si fosse allontanato da Firenze lasciandola incompiuta, ma anche che non esistono progetti definitivi di sua mano per capire come l’avrebbe voluta. Potrà essere utile qui ricordare alcune tappe fondamentali della storia di questo luogo e della sua decorazione scultorea. Perché, come sempre accade, la storia ha lasciato i suoi segni che letti e interpretati possono fornire utili indicazioni anche per progettare e procedere nel restauro. Tanto più per questo restauro che riguarda uno dei simboli dell’arte mondiale. Fu compiuta da Michelangelo per i due papi Medici: Leone X e Clemente VII, a partire dal 1519. Dopo la morte del fratello Giuliano, duca di Nemours (17 marzo 1516, stile corrente) e dell’amatissimo nipote Lorenzo duca di Urbino (4 maggio 1519), Leone X decise di abbandonare il progetto della facciata di San Lorenzo affidato a Michelangelo e, con grande contrarietà dell’artista, di affidare al medesimo la realizzazione di una nuova cappella funebre per accogliere le spoglie mortali dei suoi congiunti. Questa cappella, posta sul lato opposto della basilica rispetto a quella dei suoi avi – la Sagrestia Vecchia – fu denominata fin da subito Sagrestia Nuova e ne ebbe analoghe dimensioni. Il cantiere partì lentamente nel 1521 e solo nel 1524, per volere di Clemente VII, Michelangelo risulta impiegato a tempo pieno nel lavoro Nel 1526 si ha informazione del completamento della lanterna. A quella data non tutte le sculture erano pronte e quelle realizzate furono messe a riparo per lasciar posto ai lavori delle pareti marmoree. Con il “sacco di Roma” del 1527 i lavori registrarono un progressivo rallentamento e nel 1529 il cantiere venne bloccato, per poi riprendere nel 1530. Nel 1532 Giovanni da Udine iniziò la decorazione a stucco e oro dei “lacunari” della cupola e nell’anno successivo la tomba di Lorenzo, duca di Urbino fu portata a compimento. La morte di Clemente VII, nel 1534, decretò l’arresto dei lavori e l’allontanamento definitivo di Michelangelo da Firenze. Al momento della partenza di Michelangelo da Firenze sembra che le sette sculture eseguite dall’artista (I due duchi, le quattro parti del giorno, la Madonna col Bambino) fossero state lasciate sul pavimento della Sagrestia Nuova, ancora privo di rivestimento. Sarebbero state collocate nel 1545 da Niccolò Tribolo scultore e architetto che fu incaricato della manutenzione della basilica di San Lorenzo. Ma lo stato della sagrestia, usata in quel tempo come luogo privato di sepolture della famiglia Medici, era poco rassicurante come ebbe a esplicitare Vasari al duca Cosimo I nel 1563: le finestre erano chiuse solo da impannate e nella sagrestia i celebranti accendevano fuochi per scaldarsi. Sarà proprio Cosimo I a volgere le proprie attenzioni al completamento e riordino della cappella. La Sagrestia non apparteneva al suo ramo Medici (Popolani), ma a quello di Caterina regina di Francia estintosi con il due Capitani, Lorenzo e Giuliano, e con l’assassinio del duca Alessandro. Con questo atto il duca Cosimo dava un senso di continuità alla famiglia, legittimando e consolidando il suo potere. Nel 1563 iniziarono i nuovi lavori: a Giorgio Vasari era stato già affidato il compito di pensare al trasferimento dei corpi dei Magnifici (Lorenzo e Giuliano, traslati dalla Sagrestia Vecchia nel 1559) e alla creazione di un luogo dove, in nome di Michelangelo, l’Accademia del disegno, appena fondata da Cosimo I, avrebbe potuto divenire “scuola del mondo”. I progetti vasariani restarono in parte irrealizzati, ma gli artisti del tempo si trovarono a disegnare davanti alle opere del “divino maestro” e a riprodurre le statue con incisioni e calchi per poterle poi far studiare nelle altre accademie che via via si stavano aprendo. La morte di Cosimo e quella di Vasari (1574), a pochi mesi l’uno dall’altro, causò una nuova interruzione della decorazione della Sagrestia Nuova che, di fatto, fu ripresa solo con l ‘ultima granduchessa Medici, Anna Maria Luisa Elettrice Palatina, che fece terminare l’altare e togliere gli stucchi cadenti dai lacunari. La Sagrestia Nuova restò “cappella dei depositi” fino alla fine del governo mediceo, mentre i Lorena decisero di trasferire i corpi nel sotterraneo della Cappella dei Principi, dando finalmente ordine alle sepolture del ramo granducale della famiglia Medici. Con l’unità d’Italia la Sagrestia Nuova venne a far parte del nuovo museo delle Cappelle Medicee e da lì inizia una nuova storia, da allora documentata grazie al crescente uso della fotografia. Molte le immagini fotografiche, realizzate a partire dagli anni sessanta dell’Ottocento, che ne testimoniano lo stato. Molti i problemi di conservazione derivanti dai continui calchi eseguiti sia per riprodurre le sculture sia per le parti decorative, che andarono in gran parte delle accademie e dei musei del mondo, cui si mise fine con una legge. Molte le spolverature necessarie, dato l’uso di stufe a carbone per scaldare, molte le scritte, gli smontaggi e le protezioni eseguite in occasione dei conflitti mondiali. Per arrivare ai progetti di restauro e alla realizzazione dei medesimi.

AB Torniamo al restauro appena concluso. Come si affronta il restauro di un’icona universale come la Sagrestia Nuova di Michelangelo?

MB Con la stessa accurata attenzione che sempre si dovrebbe porre verso le testimonianze artistiche del passato; con criteri scientifici certi, con confronti continui, con prudenza e molta modestia.

AB Come avete proceduto?

MB Il primo pensiero e lo studio della metodologia di restauro risalgono al 2013 (Soprintendente Cristina Acidini, studio tecnico Cristina Samarelli). Allora, in occasione della messa in opera di una pedana elevatrice e di una rampa removibile per superare i problemi di accessibilità alla stessa Sagrestia Nuova, fu possibile eseguire una serie di test preliminari di pulitura sui paramenti lapidei del lato sud della Sagrestia, in corrispondenza della prima suddivisione dei blocchi monolitici in pietra serena e delle porte in marmo compresi nel primo registro, individuandone le forme di degrado. Le soglie dei portali di ingresso e la parte inferiore di tutte le lesene in pietra serena, soggette al continuo sfregamento delle mani dei visitatori, si presentavano annerite sia per l’accumulo di sostanze grasse, sia per la consunzione delle stesse superfici facilmente raggiungibili. Da lì è partito il progetto di restauro di tutti i parati marmorei che ha avuto una spinta molto importante dal 2015 e solo alla fine (2019) si è pensato di intervenire anche sulle sculture che erano state restaurate nel 1988 (Agnese Parronchi) e successivamente solo parzialmente manutenute.

AB Quale è stata la metodologia di restauro?

MB Una metodologia prudente volta a ritrovare gli intagli anneriti dalla polvere, le cromie dei marmi alterate dal tempo e dai depositi organici presenti. Un processo di grande rispetto per la materia e per l’insieme che ha ritrovato un equilibrio importante per la comprensione di questo capolavoro unico al mondo.  Le fasi dell’intervento hanno coperto un lungo torno di anni 2013-2020, ma come detto l’impulso fondamentale data dal 2015 al 2020. Questo perché all’inizio si pensava solo a un restauro delle pareti marmoree con le paraste in pietra, i fregi e i portali e si procedeva lentamente per la cronica mancanza di fondi. Ma poi, terminata la pulitura delle pareti e visto il risultato davvero sorprendente è apparso indispensabile procedere con i sarcofagi e con le sculture.

AB E quella della progettazione ?

MB La fase di progettazione del restauro è stata preceduta e guidata dalla campagna fotografica a luce visibile, indagini fotografiche a fluorescenza indotta da luce ultravioletta (UV) e con luci infrarosse (IR) operazioni che hanno accertato lo stato conservativo delle sculture e hanno permesso le scelte metodologiche in previsione dell’intervento di pulitura. In collaborazione con il CNR sono state individuate aree significative su ciascuna scultura ed è stata verificata l’efficacia della pulitura eseguita con solventi blandi e acqua demineralizzata. Le indagini chimico-fisiche non distruttive tramite spettroscopia FT IR hanno evidenziato la presenza di proteine e ossalati di calcio sulla superficie del sarcofago. I risultati delle indagini sono stati condivisi con l’ENEA. Così è stata avviata una campagna di biopulitura con batteri competenti per le singole sostanze da rimuovere. Le sostanze mineralizzate insolubili ed i residui di malta cementizia sono state rimosse con apparecchiatura laser. La scienza al servizio del restauro secondo la regola messa a punto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e dall’Istituto Centrale del Restauro di Roma, scuole di alta formazione dalle quali provengono le operatrici Daniela Manna e Marina Vincenti.  

AB Cosa ha rivelato il restauro completo della Sagrestia Nuova di Michelangelo?

MB Molto, anzi moltissimo. Le indagini conoscitive, gli studi storici, quelli sugli interventi precedenti, l’evidenza della tecnica esecutiva hanno portato a una nuova lettura dell’insieme sia visiva che storica. Risultati che saranno oggetto di una pubblicazione dedicata a questo argomento.

AB Quali sono stati i momenti più emozionanti?

MB Vedere emergere dallo sporco depositato negli anni la materia con la lavorazione dei marmi. Capire come Michelangelo aveva proceduto. Rendersi conto delle scelte che aveva operato, anche in relazione al “non finito”.  Capire le sue scelte sulla luce, porsi il problema di come sarebbe stata la sagrestia se l’avesse potuta terminare, capire chi aveva collaborato con lui, l’evoluzione del suo pensiero artistico e architettonico. Una serie di emozioni davvero fuori dall’ordinario che solo un grande artista riesce a trasmettere.

AB Come si presenta oggi la Sagrestia Nuova di Michelangelo?

MB Il restauro e la pulitura dei marmi, effettuata con grande equilibrio, ha permesso di ritrovare i valori cromatici senza evidenziare quei segni del tempo che hanno compromesso in passato la materia. Oggi la Sagrestia Nuova di Michelangelo è leggibile in ogni suo dettaglio e l’armonia dell’intervento permette di restare abbagliati dalla bellezza dell’insieme armonioso e poderoso.

Protagonisti nel tempo

Prima fase: Soprintendenza per il Polo Museale fiorentino: Cristina Acidini, Soprintendente (2012-2015) Direzione dei lavori di restauro: Monica Bietti, direttore del Museo Progetto restauro: Cristina Samarelli. Direttore Ufficio restauri della Soprintendenza: Magnolia Scudieri.

Seconda fase: Direzione dei Musei del Bargello: Paola D’Agostino, Direttore (2015-2020) Direzione del lavoro di restauro: Monica Bietti, funzionario responsabile del museo   Restauri: Parati lapidei e marmorei, sepolcri, sculture con le Parti del Giorno (Notte, Giorno, Tramonto, Aurora) e i due Capitani (Lorenzo duca di Urbino, Giuliano duca di Nemours) di Michelangelo (2012-2020) Daniela Manna, Marina Vincenti Madonna Medici di Michelangelo e i Santi Cosma e Damiano Antonio Forcellino Biopulitura: ENEA Divisione protezione e valorizzazione del territorio e del capitale naturale: Anna Rosa Sprocati, Chiara Alisi con Daniela Manna e Marina Vincenti Laser: El.En s.p.a.: Alessandro Zanini con Daniela Manna     Indagini diagnostiche: Indagini UV e IR: Di.Ar. Diagnostica per Immagini dei beni culturali, Andrea Rossi Indagini diagnostiche CNR Istituto di scienze del patrimonio culturale: Donata Magrini, Barbara Salvadori, Silvia Vettori   Campagna fotografica: Antonio Quattrone     Illuminazione:Restauro della luce. Studio della luce naturale in relazione alle varie fasi del giorno. Il progetto, finanziato da Lottomatica, è stato eseguito da Antonio Forcellino e dal maestro delle luci Mario Nanni, con la collaborazione della dottoressa Monica Bietti, storico dell’arte Responsabile del Museo delle Cappelle Medicee, e dell’architetto Maria Cristina Valenti Responsabile tecnico dei Musei del Bargello.

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