Musica e Teatro : La difficile risalita post Covid 19

Riprendiamo la rubrica dedicata al futuro della cultura post Covid 19 con una intervista a Alessandro Magini con cui mi lega una lunga amicizia, compositore e musicologo che vive a Firenze ma insegna alla Accademia Nazionale d’ Arte Drammatica di Roma ed è Presidente della Accademia Bardi,

E’una intervista molto lunga che merita però di essere letta con attenzione perchè entra in profondità nei problemi aperti in un ambito culturale, la Musica ed il Teatro, che hanno sofferto particolarmente la pandemia e con un futuro davanti tutt’altro che semplice.

di Alessandro Belisario

D: La crisi prodotta dalla pandemia ha colpito diversi settori produttivi del nostro Paese ma, sicuramente, il mondo della cultura – e mi riferisco in particolare alla musica, al teatro e al ballo – ha sofferto, in modo ancora più accentuato, una condizione di difficoltà già presente da diverso tempo. Mi riferisco, in particolare, ad un sostegno pubblico che è venuto progressivamente a mancare sia a livello ministeriale che locale e che, considerata la attuale situazione del bilancio pubblico e le varie criticità da affrontare, potrà difficilmente dare una forte spinta alla ripresa in questi settori. Quale è la tua opinione in proposito ?

R : Nonostante le altisonanti dichiarazioni delle classi dirigenti che si sono succeduto nel tempo, l’arte e la cultura soffrono da sempre di una scarsa considerazione economica nelle logiche politiche nazionali. Quando si tratta di sostenere economicamente la ricerca o la creazione artistica le risorse scarseggiano sempre. Il mondo della cultura, in particolare il settore musicale e teatrale, è spesso assimilato all’idea di “intrattenimento”, cioè di un bene superfluo, tuttalpiù concepito come “attrazione” per incrementare un certo tipo di turismo (quante volte abbiamo visto riunire in un unico assessorato, se non ministero, “cultura e turismo”). Quando si sente dire che è necessario “valorizzare la cultura”, viene da domandarsi allora cosa significa, nel sistema politico-amministrativo, “valorizzare”; molto semplice, vuol dire attribuire una consistenza economica in proporzione alla funzione civile riconosciuta ad una determinata attività in un contesto sociale. Se tale impegno finanziario è esiguo, significa che, al di là dei proclami, la reale considerazione e la fiducia riposta nell’azione culturale è altrettanto scarsa; si pensi ad esempio alle negative conseguenze prodotte nel 2015 dal riordinamento dei criteri di valutazione adottati dal FUS che ha fortemente penalizzato tante realtà dedicate alla diffusione della ricerca musicale e alla valorizzazione della nuova musica colta italiana. Insomma, da una parte non si perde occasione per parlare di “nuovo rinascimento”, di ruolo primario della scuola e della cultura, dall’altra si riducono sempre più i fondi che dovrebbero assicurare a queste realtà quel decisivo ruolo “formativo” necessario ad incidere profondamente nei processi di crescita sociale.

L’emergenza Covid ha drammaticamente accentuato questa tendenza, rivelando un’insufficiente azione dello Stato nell’indispensabile opera di tutela e di reale sostegno a tutto l’indotto gravitante intorno al mondo della cultura, per il quale mi pare che ci sia stata, fino ad oggi, più una ridistribuzione dei fondi già esistenti che un reale e cospicuo incremento delle risorse.

Il progressivo smantellamento delle discipline umanistiche nei licei e nelle università, al quale assistiamo passivamente, è però un brutto segnale; una politica lungimirante dovrebbe avere il coraggio di cambiare rotta per ridare alle nuove generazioni valori e ideali in cui credere. L’emergenza scatenata dalla pandemia, pur nella tragicità degli effetti immediati prodotti, può e deve essere presa come occasione per ripensare i vecchi modelli di politica culturale. Credo che non si debba pervicacemente cercare il ritorno ad una improbabile normalità pre-covid. Quest’ultimo anno d’immobilità è stato anche occasione di non inutili riflessioni sul futuro dell’arte e della cultura in rapporto alle nuove tecnologie e alle relative strategie comunicative ed economiche. Nuovi modelli di rapporto con il pubblico stanno influenzando lo stesso pensiero creativo. É dunque questo il momento di non ripiegare su semplicistiche soluzioni volte prevalentemente ad ottenere facili consensi, ma di slanciarsi verso il nuovo poggiando sulle solide basi della nostra cultura umanistica, fondamentale punto di riferimento per mantenere viva quella “libertà di spirito” che non può essere soffocata dalla “libertà di mercato”. “Libertà di spirito” e “dignità dell’Uomo”, valori che solo uno Stato in grado di armonizzare il progresso economico con quello civile può garantire.

Eccoci dunque al punto. Lo stanziamento del Recovery Fund è il banco di prova per capire in quale direzione marceranno l’Italia e la comunità europea nei prossimi decenni. Si tratta dell’unica occasione per impostare un nuovo modello di società. Spetta dunque alla politica scegliere. E in tali scelte il “valore” che verrà attribuito al mondo della cultura sarà determinante, così come la dignità che si riconosce al lavoro artistico; purtroppo recenti esempi provenienti dal mondo della politica danno segnali negativi al riguardo. Ricordo solo un bando del Ministero dei Beni Culturali di qualche anno fa, in occasione della manifestazione nazionale Notti al Museo, ideato “per promuovere la creatività italiana in alcuni dei luoghi della cultura statali più significativi, contribuendo, altresì, a potenziare l’offerta in occasione delle aperture notturne e ad attrarre, di conseguenza, un numero più ampio di visitatori attraverso altre espressioni d’arte.” Ottima iniziativa, se non fosse che il bando (poi fortunatamente ritirato per le negative reazioni suscitate) era rivolto “a persone fisiche e giuridiche che intendano realizzare eventi culturali a titolo gratuito in favore del Ministero…”; non solo l’artista doveva lavorare gratuitamente, ma era tenuto anche a pagare di tasca propria una “adeguata polizza assicurativa” e pure gli oneri della SIAE! Insomma il Ministero chiedeva di pagare per lavorare gratuitamente a suo favore. (La vicenda è ben descritta in un articolo di Qui Finanza, https://quifinanza.it/lavoro/bando-ministero-mibact-offre-lavoro-artisti-gratis-con-spese-a-carico/3254/). Se questo è quello che ancora oggi s’intende per “valorizzare la cultura” andiamo poco lontano; purtroppo anche le poche righe dedicate alla cultura nel PNRR che il Governo ha presentato a Bruxelles non lasciano ben sperare.

Se le tecniche di mercato e di comunicazione sono in grado di far nascere “bisogni” (che spesso in realtà tali non sono), ugualmente le strategie di una classe politica preparata e culturalmente competente, dovrebbero mirare a stimolare nel cittadino un sincero “bisogno di cultura” attraverso una capillare azione formativa e comunicativa. La cultura non si “consuma”, ma si assimila gradualmente in un continuo processo di rinnovamento tutelato da chi amministra il bene comune. Certo le esperienze maturate negli ultimi anni non sono incoraggianti in tal senso, se la visione di un ex-sindaco e ex-presidente del consiglio, a proposito del sistema museale fiorentino, si sintetizzava nell’affermare che “gli Uffizi sono una macchina da soldi, se li facciamo gestire nel modo giusto” (29 novembre 2012); ovviamente è più che auspicabile un’efficace amministrazione capace di generare anche ricchezza, ma il tono dell’incipit lascia assai perplessi sulla “giustezza” dei modi e sulle reali finalità perseguite. Nella recensione di un libro che analizza le cosiddette “politiche culturali” fiorentine dell’ultimo decennio, si legge: “probabilmente la funzione civile del patrimonio storico e artistico, quale uno ‘dei principi fondanti della nostra democrazia’, è già stata rottamata.” (vedi https://www.lankenauta.it/?p=15770).

D : La situazione fiorentina e metropolitana che ben conosci, credo sia abbastanza rappresentativa di questo stato di difficoltà; il rischio è la dispersione di una ricchezza culturale accumulata nel tempo fatto che sarebbe molto grave in un territorio storicamente vocato alla produzione di cultura . E’ un rischio reale o sono troppo pessimista…..

R : Credo che sia un pericolo reale. Firenze, come altre città d’arte, è un esempio significativo di come un’eccessiva mercificazione del patrimonio artistico-culturale in funzione del turismo di massa “scappa e fuggi”, rischi di paralizzare le dinamiche virtuose attraverso le quali lo sviluppo economico dovrebbe contribuire al progresso culturale (e viceversa). I meccanismi che in passato hanno creato la Firenze ammirata in tutto il mondo sembrano scomparsi: un’imprenditoria che pensi anche al bene pubblico e non una “prenditoria” che poco o nulla restituisce alla comunità, un mecenatismo illuminato, ma soprattutto la committenza artistica (pubblica e privata). Firenze continua a “consumare” il passato, mentre scarse energie vengono impiegate per rigenerarlo in una visione armonica di tutte le componenti della città. Dall’assetto urbanistico, all’utilizzazione del patrimonio pubblico, alle proposte di nuove modalità per mettere a disposizione dei cittadini il patrimonio culturale della loro città. La tradizione artistica e culturale di Firenze e della Toscana non ha bisogno di ricorrere a modelli di politica culturale importati da oltre-oceano. Firenze è in grado di offrire prodotti e modelli di vita che solo qui si possono trovare. Incentivare dunque l’unicità, le specificità che, anche dal punto creativo, nessun altro luogo può offrire. É su questo che, secondo me, si dovrebbe rafforzare la capacità attrattiva della nostra città, non riproponendo cose che si possono trovare ovunque, in campo strettamente economico come in quello culturale. Così come sarebbe fondamentale riattivare il circuito delle botteghe artigianali in un ricostituito tessuto sociale e residenziale, altrettanto necessario sarebbe una più incisiva azione di coordinamento delle enormi potenzialità fiorentine per un maggiore sviluppo di una effettiva produttività culturale. Editoria d’arte (non credo nella scomparsa del libro), liuteria, arti dello spettacolo, conservazione archivistica, biblioteche storiche, solo per fare alcuni esempi di settori che, nella realtà fiorentina, potrebbero generare nuove e uniche opportunità di sviluppo e innovazione se collegate tra loro in un coerente progetto interattivo. Abbiamo visto scomparire cose editrici importanti come la SPES; librerie storiche (ricordo solo Marzocco) hanno lasciato il posto a generici megastore; i caffè letterari sono solo un lontano ricordo; le biblioteche storiche come Laurenziana, Riccardiana, Marucelliana, Nazionale, (tra le più importanti del mondo) stentano a restare aperte per mancanza di personale; lo stesso vale per gli archivi. Un accordo tra Mibact, Regione Toscana e Comune, potrebbe creare un circuito virtuoso per rinforzare gli organici di queste istituzioni ed elaborare una rete, ad esempio, delle biblioteche storiche aperte a vari tipi di iniziative e per questo sostenute con adeguati finanziamenti. Oltre naturalmente ad un miglioramento dei servizi per gli studiosi, tali luoghi potrebbero aprire i loro spazi per una “festival delle biblioteche storiche” come “luoghi per la conservazione della memoria” e contemporaneamente “luoghi per la progettazione del futuro”, con concerti, rappresentazioni teatrali, mostre, conferenze riuniti in unico cartellone. Alcune cose sono state fatte in passato, ma per lo più in iniziative saltuarie circoscritte alle singole realtà e spesso portate avanti grazie al “volontariato”; non di rado mi è stato chiesto di organizzare concerti di livello consono al prestigio di questi luoghi, ma a costo zero, contando sulla sensibilità di grandi artisti che generosamente accettano di mettersi a disposizione (e qui, come dicevo prima, si riaprire la spinosa questione del valore attribuito al lavoro artistico, in particolare a quello dei musicisti). In collegamento al settore musicale, ad esempio, sarebbe auspicabile incentivare la commissione di nuove opere ispirate a manoscritti o a testi particolarmente preziosi custoditi nelle biblioteche. Conservazione, divulgazione, innovazione. Una biennale della Musica e del Teatro con al centro questo patrimonio librario e collegata alle numerose realtà artistiche del territorio sarebbe qualcosa di unico, magari connesso con fiere ed esposizioni dedicate ai mestieri dell’arte e dello spettacolo (liuteria, restauro, editoria, innovazione tecnologica, laboratori artigianali per la scenografia, costumistica teatrale, trucco ecc.). Non credo nella politica dei “grandi eventi” o delle “grandi celebrazioni”; generalmente lasciano poco sul territorio e si esauriscono nel breve tempo. Secondo me c’è invece bisogno di un’azione capillare a lungo termine, proiettata nel futuro e in grado di far dialogare costantemente le diverse componenti culturali e artistiche della città. Naturalmente è necessario ripensare il rapporto tra intervento pubblico e privato e soprattutto organizzare un efficiente meccanismo d’interazione fra istituzioni locali e centrali per superare quell’individualismo che, in nome di un’autonomia spesso fine a se stessa, ha fino ad oggi bloccato ogni tentativo di armonizzare competenze, specificità, obiettivi in un medesimo progetto. Se non in questo momento, quando ripensare un modello socio-culturale che mostra oggi tutti i suoi limiti, le sue incongruenze e il suo inesorabile invecchiamento?

Alcune strade intraprese recentemente meriterebbero l’apertura di un più ampio dibattito. Ad esempio, la scelta di affidare a MUS.E, un’associazione partecipata dalla Città Metropolitana, la “valorizzazione della cultura e del patrimonio dei Musei Civici Fiorentini”, è un tentativo che va osservato con attenzione, ma suscita non poche perplessità espresse da vari esperti del settore. Cito MUS.E perché ad essa è affidato anche il coordinamento delle attività artistiche (teatrali e musicali) all’interno di Musei come Palazzo Medici Riccardi (sulla gestione dei Musei e sul modo di concepirne la funzione interdisciplinare, con molti riferimenti alla realtà fiorentina e alla relativa analisi, è interessante leggere il volume Museum & Society. Sguardi interdisciplinari sul museo (2019).

A proposito dell’incentivazione di progetti culturali, visitando il sito di MUS.E nella sezione “Collabora con noi-Presentazione progetti”, sono rimasto colpito da un bando finalizzato alla “selezione di spettacoli musicali e/o di  intrattenimento da svolgersi presso la Cavea del Nuovo Teatro del Maggio Musicale Fiorentino”; l’ambigua destinazione (“spettacoli musicali e/o intrattenimento”) per iniziative destinate ad un contesto come quello del Teatro del Maggio non è molto incoraggiante. Inoltre mi pare significativo il fatto che il bando, pubblicato il 9 febbraio 2020 con scadenza 11 marzo 2020 (!), non sia stato preso in considerazione da nessuno. Il 12 marzo 2020, il responsabile del procedimento dà atto che non sono pervenuti progetti e dichiara che il procedimento è andato deserto. Forse un mese per elaborare seriamente un progetto (anche di puro intrattenimento) è un po’ poco, e l’emergenza Covid non era stata ancora proclamata (iI primo lockdown entrò in vigore il 9 marzo 2020).

D : Negli anni passati, sia a livello locale che regionale, si è cercato di favorire il lavoro in rete fra soggetti e strutture operanti nello stesso ambito culturale. Ne ricordo alcune iniziative quali Tra Art, Porto Franco, Pass Teatri . Purtroppo non ha prodotto i risultati sperati anche per una tendenza individualistica ed autoreferenziale degli operatori culturali di un territorio portato più alla contrapposizione che alla collaborazione. Ma è solo questa la causa o si potevano cercare altre strade….

R : Come dicevo prima il lavoro di rete fra soggetti e strutture operanti nello stesso ambito culturale è a mio parere indispensabile. Ma è vero che i tentativi fatti in tal senso a livello regionale e comunale non sono stati premiati. É altresì vero che, ad esempio nel campo della produzione musicale contemporanea, esiste tuttora un clima più concorrenziale che collaborativo. Ognuno cerca di sopravvivere, in una dimensione di “nicchia” (per usare un orribile termine), racimolando fondi sempre più esigui per un’offerta, anche di qualità, destinata ad un pubblico di pochi amici e di qualche simpatizzante. Ovviamente le poche risorse spingono a rinchiudersi nel proprio fare, ma l’aspetto economico è solo una parte del problema che non può essere risolto dalle singole realtà. Credo che sarebbe necessaria una più ampia visione d’insieme. Firenze, ad esempio, potrebbe proporsi come centro di primaria importanza per la musica contemporanea attraverso una più incisiva azione degli assessorati per il coordinamento delle varie associazioni, al fine di concordare programmazioni su tematiche comuni, riunite in cartelloni condivisi e interpretate secondo le specifiche competenze di ciascuna. Tanti piccoli pubblici – che ogni associazione si crea con fatica, ma che spesso restano confinati nel singolo raggio d’azione – potrebbero diventare insieme un grande pubblico. Un’azione concordata tra amministrazioni regionali e comunali potrebbe incrementare le azioni per: agevolare la disponibilità di importanti luoghi storici collegati in un coerente percorso artistico; sostenere fortemente la pubblicizzazione e la comunicazione delle iniziative sfruttando i rispettivi canali istituzionali e chiedendo la collaborazione dei grandi media nazionali; offrire incentivi e agevolazioni alle imprese private e pubbliche (accoglienza, ristorazione, trasporto) per abbattere i costi relativi all’ospitalità degli artisti (magari creando una “Casa degli Artisti” destinata a questa specifica funzione). Mi pare invece che non di rado i criteri di valutazione e le condizioni previste nei bandi per la selezione dei progetti da finanziare – ad esempio quelli dell’Estate Fiorentina, che spesso rappresentano l’unica possibilità di sopravvivenza per tante meritevoli iniziative degne del massimo sostegno – rendano spesso assai complicato parteciparvi a causa della complessità burocratica e degli oneri da sostenere, soprattutto per quelle associazioni che mirano ad azioni di grande e oggettivo valore culturale. Distinguerei allora con maggior coraggio la progettualità destinata all’intrattenimento (che trovo indispensabile per soddisfare le giuste esigenze di svago dei cittadini), da quella che dovrebbe essere riservata a proposte di più incisiva crescita culturale, equilibrando le risorse, diversificando più adeguatamente i parametri di valutazione e incrementando, attraverso incentivi e facilitazioni, la convergenza in programmi condivisi su tematiche comuni affrontate secondo le diverse specializzazioni di ciascun attore.

D : Durante la pandemia molte iniziative si sono trasferite sul web anche per le oggettive difficoltà quali distanziamento sociale e divieto di assembramento che hanno portato alla chiusura dei teatri e delle sale da concerto. Secondo te è una strada senza futuro che ha coperto, in qualche maniera, un periodo buio o può costituire una strategia importante per il rilancio delle attività culturali.

R : Non demonizzo le possibilità offerte dal web anche in campo artistico; credo anzi che le necessità imposte dall’emergenza Covid abbiano aperto un interessante dibattito sul rapporto tra spettacolo dal vivo, nuove tecnologie e modalità di rapportarsi con il pubblico. È superfluo dire che musica e teatro trovano la loro collocazione ideale nello spettacolo dal vivo, ma sono convinto che la dimensione virtuale, se bene interpretata e ben utilizzata, può diventare un importante strumento di supporto e di interazione per ripensare e innovare le tradizionali dinamiche creative, fruitive e produttive. È ovvio che il semplice trasferimento su internet di un’opera concepita per uno spazio teatrale diventa un’operazione riduttiva, seppure utile in momenti di difficoltà come quelli che stiamo vivendo. Si tratta invece di sviluppare ulteriormente una creatività concepita per le caratteristiche e le risorse del mondo virtuale, in grado di interagire con quello naturale. Penso ad esempio al teatro per musica, che proprio a Firenze, tra Cinque e Seicento, trovò un centro formidabile di sviluppo e d’irradiazione. All’epoca tutto nacque come ricerca di un nuovo linguaggio in grado di interpretare modernamente la tragedia classica; si elaborarono nuovi modi di concepire e praticare la recitazione e l’intonazione, si svilupparono gli studi sull’acustica, s’inventarono macchine e spazi teatrali, nuovi strumenti, si coinvolsero le Accademie della città in un fervente dibattito letterario, filosofico e linguistico (tra i compiti che la nascente Accademia della Crusca si era data spiccavo quello “di fare spettacoli”!). Mentre Vincenzo Galilei, come musicista vicino alla Camerata dei Bardi, approfondiva gli studi di acustica, il figlio Galileo si dedicava alla comprensione dei fenomeni oscillatori nella produzione del suono, si nutriva di musica, poesia e filosofia e, dal mondo artistico circostante, prendeva quegli stimoli e quella “curiosità” che lo portarono a vedere, e a far vedere, il mondo e l’universo con nuovi occhi, aprendo all’uomo la strada del moderno progresso scientifico. Firenze resta il luogo ideale per sviluppare, attraverso un nuovo modo concepire il teatro musicale, il rapporto tra mondo artistico e tecnologico, alla ricerca di nuovi linguaggi e di nuovi spazi virtuali e naturali in grado di dialogare. Penso ad un’opera, ad esempio, concepita per avere una sua autonomia e originalità se fruita sul web ma, al contempo, progettata anche per diventare parte integrante, sviluppo e completamento di uno spettacolo dal vivo, dove l’elemento virtuale assume il ruolo di vero e proprio “personaggio” che interagisce con l’azione praticata sulla scena esaltandone le caratteristiche. Inoltre, così come accadeva nelle antiche Accademie, il Web è luogo ideale per organizzare un’Accademia senza confini dove far incontrare costantemente il mondo dell’arte con quello della scienza, convinto che ancora oggi l’intuizione artistica, che sta alla base della creatività, possa stimolare la ricerca scientifica. Einstein, figlio di una pianista e abile violinista lui stesso, sosteneva che tutte le grandi conquiste della scienza devono partire dalla conoscenza intuitiva e che l’immaginazione, come quella artistica, è fondamentale per arrivare alla conoscenza. Da qui il suo celebre aforisma: “La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono.”

D : L’ultima domanda riguarda quali, a tuo avviso, possono essere gli interventi finalizzati ad un rilancio delle attività culturali anche attraverso la sensibilizzazione del pubblico e, in particolare, dei giovani.    

R : Un esempio secondo me illuminante, per restare nell’ambito musicale, è offerto dal modo di coinvolgere l’intera città che ha caratterizzato varie edizione del festival MITO SettembreMusica, riuscendo a coinvolgere un vastissimo ed eterogeneo pubblico, in sale da concerto e luoghi d’arte, con programmi dedicati ampiamente alla creazione musicale contemporanea. Un’efficacissima comunicazione ha permesso di far sentire la partecipazione al festival come qualcosa d’importante e irrinunciabile anche ad un pubblico non esperto e di giovani. Una visione unitaria ha riunito in un medesimo cartellone una vasta serie di avvenimenti artistici che, nell’arco di un mese, popola i luoghi più suggestivi delle due città (Milano-Torino). Da noi, ad esempio per quanto riguarda la musica, sarebbe auspicabile rafforzare il rapporto Firenze-Fiesole per mettere in comunicazione e in collaborazione i vari festivals e le rassegne dei due comuni, magari riunendo e armonizzando il tutto in un grande Festival Fi-Fi. Il bacino di utenze giovanili del Conservatorio e della Scuola di Musica di Fiesole è notevole, ma spesso si sente la mancanza di questo pubblico anche ad iniziative artistiche promosse dagli enti stessi. Mi è capitato di assistere ad importanti convegni o concerti organizzati dal Conservatorio in una Sala del Buonumore quasi deserta, assenti soprattutto gli allievi e gli stessi docenti. Vanno create le occasioni, ma anche stimolate le motivazioni e il desiderio di ampliare le proprie esperienze, oltre naturalmente garantire la massima accessibilità (incremento e ulteriore ampliamento delle disponibilità di posti e delle modalità di fruizione di Card Under 30, come quella del Maggio ad esempio).

Per quanto riguarda l’iniziativa privata rimando alla bellissima esperienza di Antiruggine, il “capanon” voluto da Mario Brunello che ha ben dimostrato come si può rendere accessibile la grande arte a tutte le componenti di una comunità, e come anche la cultura più raffinata può essere naturalmente vissuta, condivisa e assimilata, rafforzando i legami sociali e lo spirito di solidarietà.

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